Bordo pagina: errare humanum est

Poi ne inizio un altro e da questo mi viene voglia di un altro e poi trovo un accenno in questo che mi porta ad un altro ancora… Così, alla fine, mi ritrovo con tre-quattro libri in corso di lettura e mica la combinazione tempo/energia è di quelle favorevoli.

Così, giusto per raccontare: sono lì in biblioteca che non so che fare nel mentre attendo il figlio e relativa ragazza per accompagnarli prima lì e poi là perchè poi alle 20.00 lui deve assolutamente etc. Allora mi dico “mo’ prendo un libro e mi metto buono buono a leggere”. Eh… e che libro…? Ho ordinato pure in libreria “Afganistan pictures show” di Vollmann (non c’è nel catalogo della provincia di Prato); di ‘sto Vollmann ne ho letto un qualcosa su un blog a proposito del suo “Europe central”, allora mi metto a cercare, lì in biblioteca, “Europe central”. Lo scaffale della “V” è vicino a quello della “W”, per cui indovina te dove mi casca l’occhio? Su Wallace (David Foster) e sul suo “Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso”. Lo prendo? Dài, è piccolo, mica tante pagine… Lo prendo. Vabbè, prendo pure “Europe central”. Ero qui per questo… E’ un mattone di mille e rotte pagine. Vabbè, gli do’ un’ occhiata, poi se proprio vedo… poi magari lo compro. Inizio l’occhiata. C’è la dedica dell’autore, ad un certo Danilo Kis. E questo chi è…? Cerco, allora, “Una tomba per Boris Davidovic”. Trovato e preso. Alla signora addetta al prestito dico “ma posso prenderne tre di libri…? no, è che ho ancora in prestito un altro libro…” – “Nessun problema: può prenderne in prestito fino ad undici…”. Cacchio… Undici..!? Sono già all’ anossia con tre… anzi quattro, contando “Il mondo che non fu mai” che, appunto, devo ancora restituire. Ma Wallace, ma come faceva a leggere tanto? E poi fu un racconto ad innescare la bomba Wallace… Come è che era quel racconto…? Ah, sì: “Il pallone” di Donald Barthelme… mai letto. Ora lo cerco. Cacchio, è in una raccolta di racconti e c’è pure in biblioteca… Che faccio, lo prendo…? Lasciamo perdere. (A casa però trovo il racconto “Il pallone” liberamente scaricabile dalla rete qui ). E voglio pure finire il libro da restituire… e che mi sta’ facendo venir voglia di leggere per intero il classico “Il secolo breve” di Hobsbawn. E’ che la storia è interessante e tutto ‘sto parlare di anarchici e spie in “Il mondo che non fu mai”… Poi ci si mette anche Stefania che segnala l’archivio storico di “la Stampa” ed è inevitabile che uno poi si cerca il numero del giornale con la notizia del suicidio di Bresci e lo trovi con tanto di analisi criminologica di Lombroso che parla, abbastanza a sorpresa di un uomo che “non  aveva nessun carattere fisico criminale”, accenna ad una America “vero focolaio di anarchici”, non si sorprende che ci siano un bel po’ di suicidi nelle “carceri cellulari”, più che nelle carceri comuni. Accanto notizie sul “movimento dei contadini”, con tabella dei salari (braccianti, quindi, più che contadini).

Quanto tempo è passato. Quanti errori.

Ed io erro, da un libro all’altro.

 

 

foto di Daniele P. (laboratorio – Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica – Torino)

 

 

giam

Commenti (2)

IL NUOVO SOCIO!!!!

Blekkino ha gia cominciato a avvicinarsi alla lettura, ha assaggiato un libro di saggistica e uno di fantascienza.

Gli sono piaciuti tutti e due.

Commenti

Primum magnare, poscia philosophare

Dopo ben 80 minuti di cammino, contendendo la griglia ad un’ orda di feroci pensionati galvanizzati da grappa e da un improvvisato torneo di briscola, un distaccamento agguerritissimo del GdL Vaiano, guidato da Paolo, vero erede di Giulianino, ha espugnato il rifugio “Le Barbe” in data 15/1/12.

Mai più si dica che il GdL Vaiano è un ozioso ed adiposo cenacolo intellettuale!

Ode a Paolo, evocatore di sopite virtù guerriere!

L’evento è stato sacralizzato in loco con un barbaro pasto: salsicce in binomio con fettunta, olive, vino, sedano in pinzimonio, torrone morbido, cioccolatini, biscotti, caffè.

Nella foto: il gomito di Nicola

 

 

 

 

 

Commenti (1)

Uno qualunque

L’UOMO CHE AMAVA SCRIVERE POESIE

Mi piace pensare che i problemi
del mondo saranno risolti da una
congiura di poeti.
Tiziano Terzani

 

 

Conoscevo bene e da oltre vent’anni Ugo. Tante volte sono stata ospite a casa sua.

Era nato a Salerno, ma da più di quarant’anni viveva a Roma, dove ha insegnato, per molti anni, materie lettererarie negli Istituti Superiori. Poi, per il CIMEA, ha condotto corsi di Scrittura e di Lettura a voce alta.                                        Ancora giovane si era separato dall’amata moglie francese.

Ugo amava davvero le donne, le ammirava, sapeva capirle. Cercava una vera compagna di vita, non semplice compagnia. Alternava lunghi periodi di sofferta solitudine ad amori intensi, profondi, appassionati.                                                                                                                                                                                                        Il 15 dicembre del 2008 è morto, improvvisamente, per le complicazioni di una grave malattia.

 

 

 

Uno come tanti, dunque.
Ma anche diverso, per i nostri tristi tempi: mite, sensibile, gentile, riservato, ma non scostante, malinconico, ma non pessimista, colto, ma non arrogante, ironico, ma non gratuitamente provocatore.
Uno che cercava di capire. Un uomo dai modi diretti, semplice, nell’accezione positiva del termine.
Di sinistra, ma incapace di incasellarsi in una sigla: un libero pensatore, si sarebbe detto in altre epoche.
Insensibile ai valori e ai totem dominanti.
Aveva un’auto tutta scassata, ma gli andava bene.
La sua casa, tipica di un uomo solo da tanto tempo, risentiva della mancanza di una donna, nonostante i tanti amori.
Bisognava girare con un lungo foglio d’istruzioni  scritto da lui stesso con la sua grafia minuta, per far funzionare la cucina, lo scaldabagno.
Il bagno portava ancora i segni di un incendio accidentale di tanto tempo prima.
Come quasi tutti i veri sognatori, era del tutto incapace dal punto vista pratico.

Una casa spartana, con pochi oggetti, ma ovunque pile di libri, di riviste e di fogli. Era ugualmente”calda”,”intima” più di tante bellissime case, perfettamente arredate. Percepivi la vita e il calore umano. Era piacevole starci, perchè era bello parlare, trascorrere del tempo con lui. Ugo amava molto stare con le persone, con cui stabiliva profonde relazioni empatiche. Aveva una grande capacità di ascolto, di comunicazione e di condivisione che gli facilitava il contatto anche con i giovani. Che fossero i suoi studenti o i suoi nipoti, lo consideravano uno di loro. Magari solo un pò più saggio. Non sparava sentenze, non aveva risposte prestabilite, nè consigli da elargire.                                                                                Discuteva alla pari, mettendo a disposizione, con grande discrezione, la sua sensibilità, la sua esperienza, la sua cultura per riflettere insieme.

 

 

Aveva una grande passione: la Poesia. Scriveva poesie sui sentimenti, l’emozioni. Brevi, intense. Sulla politica e, cosa per me del tutto inusuale, sull’attualità. Lunghe, a volte lunghissime: quasi prose liriche. Ogni tanto te ne faceva leggere una, se volevi..prendendola dai cassetti pieni o dai quadernetti scritti fitti, fitti.
Le sue poesie, te ne accorgevi subito, non erano  vuoti giochi di “belle parole”, ma scaturivano da un lungo, profondo, dolente percorso interiore.

Solo verso il 2005 cominciò a mettere un pò d’ordine tra tutti quei manoscritti, in vista di una pubblicazione, spinto dagli amici. A lui, che non amava affatto stare al centro della scena, non sarebbe mai venuto in mente.
Nel 2006 aveva pubblicato”Ustioni”, vincitore del “Premio Alfonso Gatto”.  Nel 2007 “Notizie False”.  Postumo è uscito “Frammenti di un poema finale”.

Organizzava serate di lettura di testi suoi e di altri in quelle piccole, calde Case del Popolo( spesso quella di via Castelforte), fortunatamente ancora sopravvissute anche nella capitale. Serate che avevano più il sapore dell’incontro che dell’autocelebrazione.

 

 

Ora i suoi amici, e Ugo ne aveva veramente tanti, per ricordarlo continuano ad organizzare quel tipo di serate, gestiscono siti, blog.

Io non sono un’appassionata, nè un’esperta di Poesia. So che le sue non cambieranno la storia della Letteratura. Ma, secondo me, hanno un grande pregio: l’autenticità e la passione. Merci rare, oggi.
La passione, in particolare, spesso mistificata.
Come tutti, aveva tentato tante strade nella vita: la politica attiva, il buddismo, ma poi finiva sempre per sentirsi stretto dai tanti perchè e tornava alla Poesia, che lo faceva sentire totalmente libero di esprimersi, senza regole, nè costrizioni.

 

 

Come tanti, periodicamente sprofondava negli abissi della nostra epoca: la solitudine disperata, la mancanza di un senso, lo scoraggiamento, la depressione.
Inevitabilmente, visto il suo modo di essere: non era certo quello che oggi si definisce”un vincente” e si sa che nel nostro mondo, anche se maschio, è molto difficile la vita di un”cane sciolto”, laico, di sinistra, poeta, senza famiglia, nè organizzazioni di appartenenza.
Ma sempre faticosamente risaliva grazie all’affetto degli amici e all’energia e all’entusiasmo che ritrovava regolarmente riprendendo a scrivere e a leggere.  Decisamente non era uno di quelli che si accontenta di sopravvivere a sè stesso: dopo ogni caduta, si rialzava un pò indolenzito, ma diverso, arricchito.

 

 

Anche per lui leggere era parte essenziale della vita. Leggeva tantissimo. Di tutto: letteratura, storia, filosofia, saggistica, politica oltre l’amatissima Poesia. Una delle ultime volte che sono andata a trovarlo, gli ho regalato”Vivere per raccontarla” di Marquez,  uno dei miei autori preferiti e, essendo uscito da pochi giorni, avevo qualche speranza che non l’avesse già.

L’ultima volta che l’ho sentito era felice, nonostante la malattia. Era contento di essere quasi in pensione e aveva mille progetti.
Scrivere, leggere, viaggiare, creare un’associazione che diffondesse la lettura, particolarmente quella poetica, così stranamente trascurata nel Paese dei grandi Poeti.
Alcuni non ha avuto il tempo di realizzarli, altri sì…..e ora proseguono il loro cammino autonomamente, com’è giusto che sia.

 

Ugo ha vissuto brevemente, ma intensamente la sua vita. Non se l’è fatta scivolare adosso, non è mai scappato. Nè davanti a una possibile felicità. Non aveva paura dell’intensità dei suoi sentimenti e di quelli dell’altro. Non aveva paura di esprimerli. Nè dal dolore o dagli eventi tragici che la vita gli ha riservato. Accettava le sue fragilità e quelle altrui con bonaria comprensione, come inevitali aspetti dell’essere umano.

 

 

Nessuno più interroga gli oracoli di Delfi
Socrate tace
e non beve più la cicuta.
Gli uomini nella poltrona
cercano con un telecomando
chi gli dica la loro menzogna..
Da “Ustioni”

 

 

Per chi fosse curioso di conoscere le opere di Ugo, le iniziative a lui dedicate o correlate..

http://contrognipensierounico.blogspot.com/

Pina

 

La foto, “Amalfi”, è di Rosaria B.

Ringrazio Vittorio P. per la segnalazione del sito e Giamp per avermi sistemato la foto, che io, da perfetta incapace, pur avendo perso oltre un’ora, avevo inserito piccola, storta, isolata dal testo ecc                                                                                            Ma altrimenti  a che servono gli amici?

Commenti (2)

Taccuini

Commenti

Voci dalla Biblioteca di Bologna

 

Entra nella nuova Lazzerini

Ecco cosa scrivono alcuni utenti nella bacheca di Sala Borsa a Bologna:

Perchè ci sono i libri in lingua staniera e si possono leggere in
lingua originale, perchè stando con un libro seduta in poltrona ci si
dimentica del tempo, si sta come in un’altra dimensione

Perchè “io barbone” quando piove o fa freddo ho un riparo ma
soprattutto perchè “posso” acculturarmi leggendo un buon libro il che
non è poco, grazie

Ci si sta bene

Perchè in qualsiasi momento il pensiero “vado in Salaborsa”? mi
rasserena

Perchè se dovessimo spendere 500 EUR di libri (oltre le tasse!) tanto
varrebbe andare a zappare. GRAZIE! Per sostenere davvero i giovani!

Perchè è gratis!! Ma vale molto!!

Perchè appartiene a tutti ed è un luogo dove stare insieme

Mi piace perchè qualsiasi sia il tuo dubbio, qui puoi trovare la
risposta. Perchè è un edificio bellissimo. Perchè mi dà pace.

E’ accogliente!!

Avere una biblioteca così è un segno di civiltà

Perchè c’è una fantastica sezione di jazz, w il jazz!

Perchè c’è una fantastica varietà di “tipi umani”!!

Mi piace per le sue comode poltroncine con appoggio morbido

Perchè è più multimediale della Treccani di Roma!!!!

Perchè c’è la piazza coperta!

Mi piace perchè ho studiato, parlato, chiacchierato, incontrato,
mangiato, guardato, qui!

Mi piace perchè c’è tutto, libri, dvd, ecc., specialmente perchè c’è
Internet

E’ gratis e dà tutto imitiamola

Perchè soddisfa la mia “sete” di curiosità!

Perchè fa caldo d’inverno e fresco d’estate

Qui riesco a studiare e non devo coprirmi per prendere un buon
ginseng!:)

Perchè una volta entrati nel mondo di Salaborsa, è impossibile uscirne.

Perchè da me non esiste nulla del genere

Mi piace…per quel suo stile internazionale che l’ Italia (soprattutto
i sevizi pubblici) non ha mai avuto

Ha le poltrone più comode del mondo! (E’vero!)

Mi piace perchè riesci a stare tranquillo pur stando nella mischia

Mi piace perchè..”qui si vive in un altro mondo, un mondo migliore di
quello esterno!Qui si legge, si studia, ci si rilassa, ci si rispetta,
si pensa, si inventa, si crea” !!!!! Qui si sta davvero bene

Mi piace perchè ogni volta che oltrepasso la porta sembra di entrare in
un’altra dimensione!!

Amiamo la Salaborsa perchè ci prestate i libri e finiremmo sul lastrico
se dovessimo comprare tutti i libri che ci piacciono,

Mi piace perchè ci sono moltissimi libri! Ho trovato quasi tutto quello
che ho cercato

Mi piace guardare la gente che dorme sui divanetti, grazie!

Truman Capote direbbe nel suo colazione da Tiffany: Salaborsa? E’ come
Tiffany!Un luogo pacifico dove ti senti bene e tutti sono cordiali

Perchè posso portare il mio bimbo al caldo in inverno e allattarlo e
farlo giocare con i libri morbidosi

Mi piace perchè ci sono moltissimi libri, perchè ho trovato quasi
qualsiasi cosa su qualunque argomento, perchè non ha le menate di altre
biblioteche e puoi guardare tra gli scaffali quant vuoi..e poi è
bellissima!

Perchè i clochard possono usufruire del riscaldamento

Per noi è come una seconda casa!

Perchè non discrimina, perchè è una sicurezza, perchè si può
trascorrere del tempo di qualità senza dover per forza consumare

Mi piace perchè mi sento libera

Ci piace perchè vengono tutti: belli, brutti, vecchi, bambini, barboni,
pensionati a leggere i giornali, inoltre d’estate dà refrigerio e
d’inverno si sta belli al caldo, vieppiù ci sono le poltrone comode e
girevoli (che non è poco) l’acqua costa poco e i ben dieci libri in
prestito!

Dal primo giorno per me è stata casa e ancora lo è ….

Perchè è di tutti è per tutti, belli, brutti, studenti, lavoratori,
italiani, immigrati, polentoni e terroni, nonni, bambini, adulti, mamme
e papà

Perchè i libri costano e le case sono piccole. E qui si può leggere
senza problemi

Ci piace perchè qui “non è questione di soldi”"posto civile e
democratico” e “tutti sono uguali” ci piace perchè sono buone le
brioches

 

 

 

Il nostro gruppo ha la sua essenza nel fatto che a ognuno di noi piace molto leggere.
Magari cose diverse, con tempi diversi, con motivazioni e modalità diverse.                                                                    Ma per tutti noi leggere è parte fondamentale della vita.


Ci ospita una Biblioteca, quella di Vaiano.
Personalmente, facendo anche parte di un gruppo di scrittura (I Tramanti, per la cronaca), sono ospite anche di quella di Montemurlo.
Molti di noi sono assidui frequentatori di biblioteche: oltre quelle già citate: Pistoia(S.Giorgio), Prato(Lazzerini), Bologna(Centrale): tutte bellissime, come strutture,  accoglienza, servizi offerti ecc.

Mi sembra giusto quindi parlarne e rendere noto un estratto di una ricerca sull’argomento che una mia conoscente, Antonella A., sta conducendo per il Comune di Milano.

Lei ha deciso di iniziare dalla biblioteca  centrale di Bologna e, in particolare, dai post-it degli utenti affissi nella bacheca: ho ricevuto la prima stesura con il suggestivo titolo” il mestiere più bello del mondo”.

Mi è sembrato un bel modo d’iniziare  la ricerca e mi è sembrato giusto condividerlo con voi!!

Pina

Foto : Interno della Bibiloteca Lazzerini, Prato

Commenti (3)

FRAPPE’ DI LIBRI E LETTURE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Continuo a mescolare letture varie e svariegate, non per scelta, ma solo per una serie di contingenze, in primis una certa necessità di evadere. Pur essendo un sostenitore della necessità di approfondire argomenti e, di conseguenza, di fare letture pilotate che procedono spiraleggiando ad andamento centripeto verso un particolare argomento, poi alla fine i libri che frequento gironzollanon (…già… ho rivisto un po’ qualche pezzetto di “Amarcord”… grande capolavoro di casting e di dettagli che sembrano raccattati a caso…) un po’ dappertutto. La “profondità” ne perde, indubbiamente, ma a volte mi sembra che il mio aforisma “un libro non allunga certo la vita, ma l’allarga” ne  esca, spesso, rafforzato. Vabbè, bando alle ciance… mo’ aggiorno i miei interessatissimi (t’ahivoglia…) lettori sulle mie ultime letture, con un avviso: sembrano tante, ma assicuro che una certa qual abbondanza è dovuta a circostanze non usuali.

 

Il Grande Gatsby” di Scott Fitzgerald

Pallosello anzicheno’. Che devo dire…: forse proprio non era aria di stare a seguire le ambasce di un “povero ricco” con il cuore che squacchera d’amor per tale Daisy, una tizia totalmente indistinguibile dal codazzo di annoiatissime e noiosissime povere ricche che svolazzano “come falene” (…o farfalle o altro paragone entomologico, non ricordo bene…) fra lampadari di cristallo e champagne, in opposizione ad una povera (e basta) e più corposa Myrtle, che capisci subito che è quella che rimarrà davvero fregata dal girotondo di amorazzi ed ipocrisie. Certo…: te lo puoi guardare in controluce un romanzo del genere e leggerci l’ “età del jazz” pre-1929, la vacuità della ricchezza senza altro pr/oggetto (wow) che non sia il denaro, la crudeltà del tempo, le follie lucide del caso e qualche altra cosa… Inoltre c’è, a dare una mano, pure il pistolotto finale sul “passato che non ritorna o, se torna, è meglio di no” e la riverenza verso l’ autore “classico”. Ma la scintilla che a volte trasforma tutto ‘sto materiale, letto, straletto e, alla mia veneranda età, oramai vissuto, in romanzo, la scintilla, dicevo, non è scoccata. Ogni volta che Gatsby dice “vecchio mio” (una o più volte in ogni pagina) mi veniva banalmente da mandarlo a fare in culo (excuse me…); Daisy, feste, beveraggi, prati distrattamente cosparsi di cartacce e rasati e ripuliti da invisibile manovalanza, la scrittura in gran parte vitalizzata dai “come…” (non so… a me i “come….”, superato un certo limite, mi sembrano escamotage per chi non ha altre risorse…) mi facevano cercare solo i tendaggi a cui far aggrappare Daisy o altro suo clone, i telefoni bianchi ed i sigari cubani.

Rimane, magari, un qualche pigro pensiero che scivola via come (…come…) un’abitudine…: “…toh guarda… più o meno stessa roba oggidì…”.

Mah… quando ho tempo vedrò il film, anche perché, a dire il vero, mi è sembrato già quasi “pensato” per farne un film.

 

Vivere!” di Yu Hua

Giro di 180° e siamo nelle campagne cinesi nei decenni 1940-1970 (circa). Beh… intanto l’incipit devo dire che mi ha catturato: “Quand’ero dieci anni più giovane, ottenni un bel lavoro da scansafatiche, andar per campagne a raccogliere ballate popolari”. C’è una ragione strettamente personale per questa cattura: una delle mie giovanili fantasie sul “cosa farò da grande”, riguardava una vita vagabonda da raccoglitore di storie da rieditare e riproporre, poi, a mo’ di cantastorie, con tanto di sacca in spalla e cartelloni sotto il braccio, senza dare troppa importanza al fatto che sono stato sempre stonatissimo e totalmente privo di qualsiasi capacità musicale. Detto ciò, torniamo al libro. Per cominciare: per opposizione mi è tornato in mente “Il supplizio del legno di sandalo” di Mo Yan, dove ci puoi trovare tutto quello che ti aspetti in un romanzone contemporaneo cinese di 500 e fischia pagine: dalle arti marziali, all’erotismo raffinato, alla gastronomia lambiccata con trionfi di carne di cane, ad un capellino di nazionalismo e/o antioccidentalismo basato sulla “tradizione”, alle torture “cinesi”. Il tutto laccato e rileccato da una scrittura esotica (a me sembrò volutamente tale) a colpi di sottomesse craniate sul pavimento  e pennellate diafane per penetrare essenze di peschi in fiore. Ok… un feuilleton che però a me nulla o molto poco disse, nemmeno intorno a cultura cinese o true China compres

Con “Vivere!” sono entrato, all’opposto, in una Cina che non è Cina: mi è sembrato di leggere un qualsiasi racconto della di/sgraziata (ai miei lettori più intellettuali piacciono ‘sti giochetti con la barra…) vita di un poveraccio che si arrabatta con una vita ed i suoi affetti elementari, mentre passano Ciang Kai-shek o Mao, né buoni né cattivi, semplicemente lontani ed incomprensibili. Fugui si chiama il poveraccio cinese, ma sarebbe potuto essere un Pedro, un Jack, un Alì, un Giuva’ o Zuanìn qualsiasi e credo che nessuno se ne sarebbe accorto seguendo la banale fame, la banale malattia, la banale morte, il banale grande amore fra una ragazza muta ed un ragazzo con la testa storta. Yu Hua, banalmente, racconta, proprio come un raccontastorie. La freschezza di “Vivere!” è la freschezza del racconto: non c’è la “morale” né il “realismo”; non c’è nulla (o non sembra esserci… e questa, forse, è l’abilità dei “narratori”…) di preterintenzionale. C’è un pezzetto di un’altra vita che si accosta alla tua e l’ allarga, anche solo di un po’. Per carità: ci sono anche i grandi romanzi “preterintenzionali”, ma, dico, mica tutti li sanno fare, mica è sempre il momento giusto per scriverli. Credo che, in un qualche modo, debbano comunque rimanere i “raccontastorie”, che non abbiano altre pretese che “raccontare storie”, un qualcosa come dei reporter che si limitino a scattare istantanee solo per archiviarle nel tuo sguardo. Sembra più facile che scrivere il “romanzone”. Non credo: le graduatorie comincio a guardarle con sempre più sospetti.

 

 

HHhH” di Laurent Binet

Con la realtà ci ho sempre litigato. Con la rappresentazione della realtà pure. Distinguere è spesso difficilissimo. Così, a caso:

Il primo è un signore rapido ed anziano, ma di quell’anziano asciutto e ben stirato, spalle discese, torace magro, ciuffo di capelli candidi, una freccia acuminata e solida che si pianterà alla fine nel letto di morte in ottima salute, vibrando a lungo ancora. Con il suo accento padano racconta di quando lui ed un altro (che poi si è sparato) andavano insieme a fare “bisboccia”, divertendosi con ragazzine brasiliane di quattordici-quindici anni, ma che questa no, non è prostituzione, non è un reato. E’ un imprenditore di successo, lui. In Brasile.

Il secondo ha la panza, i modi ingolfati dal corpo ingombrante e dal pesante accento da italiano del sud, guarda di sottecchi, incardinato rigidamente sul collo avvitato, da sotto i capelli neri e folti. Mi immagino il catenone d’oro, con il crocefisso e la Madonna di Pompei. Dice con il contagocce che implora di essere premuto: ho fatto lo chef a Palazzo Chigi io, conosco tutti io; poi, beh te lo dico, sono stato nella guardia di finanza io; poi… lo vuoi proprio sapere? sono stato nel SISDE, servizi segreti, io. Ora anche lui è un imprenditore di successo. In Brasile. Amico, socio del primo, del padano secco secco.

Non è un romanzo, ma un pezzo dell’inchiesta di Report su Don Verzè (r.i.p.) e territori limitrofi. Perché scrivere un romanzo, un racconto? Perché spremersi la fantasia per scrivere qualcosa di “inventato”? E’ lì, nella realtà, basta copiare. Se i due intervistati hanno detto solo balle, è significativo lo stesso, persino meglio; c’è da cavarci fuori almeno un paio di romanzi. Che forse sarebbero meno credibili della realtà. Ecco: raccontare la realtà è spesso più difficile che inventarsela. Si corre il rischio di semplificarla o falsarla. Copiarla sembrerebbe più facile e giusto, e Laurent Binet dichiara di voler fare solo questo: “copiare” la realtà. Dalla sua ha due punti di forza: una storia vera, forte; e la certezza su da che parte stare. C’è Reinhard Heydrich e ci sono Gabcik e Kubis. Heydrich, la “belva bionda”, il gerarca nazista bello proprio no, ma, almeno, alto biondo magro e con gli occhi azzurri (caso unico di fisionomia ariana nelle alte sfere del momento); ha abbondantemente lavato via l’onta del sospetto di un qualche quarto di sangue ebraico impegnandosi molto, il ragazzo, fino a diventare il “cervello di Himmler” (Himmlers Hirn heißt Heydrich – il cervello di Himmler si chiama Heydrich). Quando comincia il galoppo della Germania verso est, Heydrich inventa le Einsatzgruppen, addette al rastrellamento e sterminio di ebrei ed altri “nemici” nelle retrovie dell’esercito vittorioso mentre quel che rimane in vita lo affida alle attenzioni di Eichmann, una sua scoperta da talent scout (“La banalità del male” della Harendt… quell’ Eichmann lì). In premio per i tanti servigi gli danno la Boemia e Moravia, per altro conquistate senza sparare un solo colpo…: Hitler ha chiamato il presidente Ceco e gli ha detto semplicemente di levarsi di mezzo. Fine della Cecoslovacchia. La Slovacchia è diventata un protettorato tedesco, “governato” da un cardinale. Boemia e Moravia “protette” da Heydrich che ha fatto armi e bagagli e vive a Praga. Ci sono Gabcik e Kubis, uno ceko e l’altro slovacco, addestrati in Inghilterra, paracadutati dalle parti di Praga. Un bel giorno aspettano che l’auto del “boia di Praga” passi da una certa curva; Gabcik tira fuori lo Sten e si piazza davanti all’ auto. Lo sten si inceppa. Ma poi… La fine è nota: Heydrich morirà. Ma Binet si dispera, vuol sapere tutto: la realtà di questo attentato lui la vorrebbe semplicemente e dichiaratamente copiare, portarla su carta senza inventarsela, non vuole fare un “romanzo storico”. Vuole che un atto eroico non necessiti di “letteratura”. E’ l’ossessione dell’oggettività, si finisce spesso dall’essere invasi dall’oggetto di studio. Binet scrive che, dopo la “conquista” di Praga, i primi soldati tedeschi entrano su di un panzer; no, dice, cosa sto dicendo… era un sidecar…! La Mercedes di Heychman era nera… no, era verde… forse. Dettagli che sfuggono, altri sembrerebbero inessenziali, ma poi Binet li porta su carta, li racconta. C’è chi ha detto che Binet ha fatto un sacco di moine un po’ inutili. A me è sembrato che lui cercasse di raccontare due racconti: il racconto dell’attentato ad Heychman ed il racconto dell’eterna volontà (o velleità) della letteratura di trovare una strada verso la realtà, per scrivere la realtà, per non limitarsi a raccontarla, sfruttando tutto lo stridio di una storia che non lascia alcuno spazio ad ambiguità: Binet si tende verso lo sten inceppato, vorrebbe averlo oliato lui per benino, vorrebbe essere lì con Gabcik e Kubis, sulla curva, poi con loro, nella cripta… Ora la sparo grossa: nei momenti in cui c’è nell’aria una crisi sociale c’è chi cerca di liberare i segni dalla carta o dalla tela, per mescolarli alla realtà, fuoriuscendo dalla rappresentazione, fino al limite della “copiatura” e del rifiuto della letteratura tout court, della sua incapacità di produrre effetti diretti sulla realtà. Mi viene quasi da dire: la letteratura invidia le scienze esatte. Ed ancora una volta ho l’occasione di ripetermi: letteratura e scienza sono, nei fatti, in quel crogiolo che è, forse, l’essenza della nostra specie e che chiamiamo “cultura”, già mescolate. E quando Binet scrive, quasi sconsolato “Affinché qualcosa, qualsiasi cosa, resti nella memoria, bisogna anzitutto trasformarla in letteratura. E’ brutto ma è così.”, mi sembra che imbocchi questa strada. E azzardo a dire che, forse, Wu Ming 2 sarebbe abbastanza d’accordo con me.

Alla mia sinistra” di Federico Rampini

In ogni caso, che tu sia o meno d’accordo con quel che scrive, leggere Rampini ha il benefico effetto di sottrarre il “lettore qualunque” (quale io sono) dall’ invasione di dibattiti televisivi e non in cui l’Italia sembra il perno attorno cui gira l’universo intero. La cosa può poi avere l’effetto indesiderato di buttare anche un po’ più giù il morale, sia perchè le cose, poi, alla fine, ti possono sembrare ancora più fuori dalla tua portata, sia perchè troppo spesso l’ Italia finisce in fondo a qualche classifica di merito. Orsù, tiriamoci su le maniche e cerchiamo di dire un qualcosa su questo libro. Intanto conia una nuova espressione: la Grande Contrazione. E’ quella che stiamo vivendo, che altri chiamano semplicemente “crisi”. Mi sembra un’espressione azzeccata, anche più di “depressione” o “stagnazione” proprio perchè funziona meglio come opposizione a quell’era di “allargamento” continuo che la nostra generazione ha sperimentato, allargamento di consumi, ma credo che Rampini ne afferri alcuni angoli nascosti, magari di natura “sociologica” più che economica, ma, ovvìa, importanti anche quelli. La Grande Contrazione si presenta come esito finale (né manca chi vorrebbe “allargare” ancora…) di quel magma che qualcuno ha chiamato la Me Generation, la Generazione dell’Io, quel senso di onnipotenza ed intangibilità della singola persona, che, è vero, mi sembra abbia accompagnato la storia di (almeno) tutto il XX secolo, ma che è diventato un articolo vendutissimo in quel supermercato delle idee globale, con coloriture di “destra” o di “sinistra”. Verrebbe quasi voglia di tracciare una linea dritta dalle varie forme di “liberazione” degli anni ’60 e ’70, passando per il diritto al quarto d’ora di notorietà di Wharol, per il “se vuoi puoi” di ogni reality televisivo, alla riscoperta di radici ed identità, fino alle intolleranze più rancide: Io ho i miei diritti e per limitarli bisognerà discuterne a fondo, Io provo quindi devo esprimere, Io ho una Casa dove non voglio estranei, Io sono la misura del mondo. Certo…: forse approfitto dell’assenza di Rampini ed un po’ provoco… ma mi capita spesso di rifletterci. Forme di “superuomismo” potrebbero nascondersi dietro molte e distantissime posizioni, dall’anelito di mistica e psichedelica libertà degli hippies al fòra da ‘i ball negher. Beh, pare che la festa potrebbe finire, con una economia irrimediabilmente globale ed impazzita che spegne le luci ed i famosi “limiti dello sviluppo” che inchiavardano le porte. Fine dell’ era dell’ onnipotenza. E la sinistra in cui Rampini si riconosce, che può fare? Dovrebbe, intanto, rimettere in piedi la democrazia, che è, nella sua visione, sopratutto una ricomposizione di una vita collettiva, che non affidi semplicemente allo Stato la realizzazione della “società”, ma che diventi e sia pervasiva coscienza del valore e della responsabilità del vivere insieme. Rampini si spinge fino al parlare di riscoperta della fiducia… e questo si è addentellato con un mio rozzissimo pensiero che mi è venuto in capa in questi tormentatissimi tempi: quali che siano gli esiti o le soluzioni di questa crisi o contrazione che dir si voglia, temo che in Italia sarà più rognosa la cosa, proprio perchè ho l’impressione che c’è una difficoltà (come dire…) storica al vivere collettivo. Mi ritrovo a pensare che l’Italia (ed anche in questo Rampini mi alimenta…) ha tradotto linee di tendenza “globali” in una edizione volgarotta anzichèno, diventando un paese stracolmo di cellulari (siamo ai vertici mondiali) senza progettarne manco uno, con consumi da padroni del mondo (avete mai notato l’aria che hanno molti turisti italiani appena mettono un piede anche solo in una regione italiana diversa?) perchè si imitano (male) i veri padroni del mondo. Forse è un problema mio, che vi devo dì, ma mi è scappato una volta di definire l’atmosfera italiana come “semplificazione consumista”, dove l’ individualismo italiano “storico” ha trovato nuova linfa nell’individualismo “globale”, scopiacchiando e finendo troppo spesso per fare delle cattive caricature. E con questa spruzzata di ottimismo vado a svuotare la lavastoviglie.

 

 

giam

 

 

foto di Daniele P-

Commenti (3)

Concorso 2012

Concorso riservato ai membri e simpatizzanti del Gruppo di lettura di Vaiano.

 

Chiunque riuscirà a convincere il Cangioli a uscire dalla sua tana invernale per partecipare alla nostra escursione del 15 gennaio avrà, oltre alla mia eterna ammirazione, un invito a cena per se e per lo stesso Cangioli. (Che però questo particolare NON lo deve sapere).

Sono ammessi tutti i mezzi, leciti e illeciti, basta che poi mi raccontate come avete fatto.

Un abbraccio a tutti.

 

Paolo

 

Commenti (2)

I giorni perduti- Dino Buzzati

DINO BUZZATI
I GIORNI PERDUTI

Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernest Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion.

Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all’estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.

Kazirra scese dall’auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel botro; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.

Si avvicinò all’uomo e gli chiese:

- Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c’era dentro? E cosa sono tutte queste casse?

Quello lo guardò e sorrise:

- Ne ho ancora sul camion da buttare. Non sai? Sono i giorni.

- Che giorni?

- I giorni tuoi.

- I miei giorni?

- I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?

Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno.

C’era dentro una strada d’autunno, e in fondo Graziella, la sua fidanzata, che se ne andava per sempre. E lui neppure la chiamava. Ne aprì un secondo. C’era una camera d’ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava ma lui era in giro per affari.

Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duck, il fedele mastino, che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare. Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava dritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.

- Signore! – gridò Kazirra. – Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico, almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.

Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi, e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell’aria, e all’istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l’ombra della notte scendeva

 

 

Questo breve racconto di Buzzati( cui sono talmente affezionata da sceglierlo come mio primo foglio volante), mi sembra giusto per chiudere( o iniziare a chiudere, se qualcun altro vuole scrivere) l’anno del nostro blog.
Con la speranza, a livello individuale, che non ci siano più giorni “perduti”…

A livello sociale, ormai è difficile dire qualunque cosa.

Forse  non ci rimane che sperare di cavarcela, cercando di fare ognuno di noi la nostra piccola parte!!

 

Pina

Commenti (6)

Le feste mi colgono sempre impreparato

Le feste mi colgono sempre impreparato…
… arrivano, bussano alla porta e io sono ancora in pigiama o con il
mestolo in mano.
Quest’anno mi stavo lavando i denti. Suona il campanello.
“Mdpifskdonlnfldsnf?”
“Siamo le feste.”
“Gjklqwrt?”
“Siamo le feste. Sta lavandosi i denti?”
“Nsshh”
“Be’, intanto apra e vada subito a sciacquare.”
“Grz.”
Ho aperto e sono entrato in quei tre minuti di terrore in cui hai ancora
l’illusione di poter sistemare tutto prima che attraversino il vialetto, aprano
il portone a vetri e risuonino alla porta. Tutto quello, ovviamente, che non
hai sistemato in un pomeriggio intero.
Quando abitavo al sesto piano, la mia compagna aveva escogitato il
sistema di chiamare l’ascensore al sesto. Gli ospiti, a quel punto,
dovevano chiamarlo a loro volta e questo ci concedeva una
cinquantina di secondi in più.
Era qualcosa.
Allora vado in bagno, sciacquo, mi infilo i pantaloni mentre
contemporaneamente sprimaccio il divano, cerco la camicia, sbatto in
biblioteca qualche decina di libri in cui ho continuato a inciampare per
giorni, caccio sotto il letto le pantofole e le calze sporche, con la mano
spolvero il tavolino, la mano mi si sporca di polvere, il tavolino non si
pulisce affatto, cerco un fazzoletto per pulirmi la mano, lascio perdere,
me la pulisco sui pantaloni con l’intuizione che tanto sono scuri non si
vede, la polvere è grigia e si vede parecchio, pazienza, ho tirato l’acqua
in bagno? controllo dopo intanto che ci fa quel bicchiere con
incrostazioni secolari sul tavolino vicino alla poltrona? Occièlo! la scrivania
è una montagna di carta, sbatto tutto nell’armadio poi si vedrà, dio saprà
distinguere i suoi come disse Arnaud Amaury abate di Citeaux, ricordarsi
controllare sciacquone in bagno, le scarpe, dove sono le scarpe, lo
sciacquone sicuramente non l’ho tirato, dove sono le scarpe, lo
sciacquone, le scarpe…. il CAMPANELLO!!!!
Apro.
Sono le Feste.
Sorridono. Sono tutte luminose, belle ordinate. Io ci ho la camicia mezzo
fuori dai pantaloni con lo sbrindello di polvere. E non ho lo scarpe.
“Auguri” fanno le feste.
“Auguri” faccio io. “Ehm… scusate… sono un po’ impresen…”
“Non si preoccupi. Anche se non è arrivato a fare tutto, non ha
importanza. Avrà tempo. Intanto si sieda, qui con noi. Abbiamo portato
da bere e un dolcetto che non potrebbe permettersi dato che è
colesterolo allo stato puro solo sotto sembianze diverse. Ma si conceda
questo strappo.”
Mi siedo. Bevo lo champagne. Assaggio il colest… il mascarpone.
Hmmmm… com’era buona quella fragola disse il maestro zen.
“E ora pensi agli amici, agli amori, alle persone cui vuole bene. Gli sorrida.”
Come sono belle queste feste. C’è da fidarsi.
Chiudo gli occhi. Sorrido.
“Andrà tutto bene, vedrà”, dicono le Feste.
E io gli credo.

 

 

Questo racconto  è  di Andrea Di Gregorio, responsabile di una scuola di scrittura creativa a Milano.

Con lui ho fatto due seminari nella splendida cornice di un agriturismo immerso nella Maremma, con il mare di fronte.

Anche la cucina era superlativa: va bene divertirsi a scrivere, conoscere persone interessanti, discutere di letteratura e di cinema, ma anche l’occhio e la pancia vogliono la loro parte!!!

Andrea ha instaurato la  simpatica tradizione,che si rinnova ogni anno dal 2006,   d’inviare un racconto ai partecipanti, come augurio e regalo.

Per l’occasione ho scelto quello del 2007… per chi fosse curioso di leggere gli altri o di gironzalare nel sito della scuola…
http://www.scuoladiscrittura.com/bacheca19.html

 

Insomma augurandoci di sopravvivere anche quest’anno alle Feste…un abbraccio a tutti!!!

Pina

Commenti (6)

« Articoli precedenti Pagina successiva » Pagina successiva »