
Continuo a mescolare letture varie e svariegate, non per scelta, ma solo per una serie di contingenze, in primis una certa necessità di evadere. Pur essendo un sostenitore della necessità di approfondire argomenti e, di conseguenza, di fare letture pilotate che procedono spiraleggiando ad andamento centripeto verso un particolare argomento, poi alla fine i libri che frequento gironzollanon (…già… ho rivisto un po’ qualche pezzetto di “Amarcord”… grande capolavoro di casting e di dettagli che sembrano raccattati a caso…) un po’ dappertutto. La “profondità” ne perde, indubbiamente, ma a volte mi sembra che il mio aforisma “un libro non allunga certo la vita, ma l’allarga” ne esca, spesso, rafforzato. Vabbè, bando alle ciance… mo’ aggiorno i miei interessatissimi (t’ahivoglia…) lettori sulle mie ultime letture, con un avviso: sembrano tante, ma assicuro che una certa qual abbondanza è dovuta a circostanze non usuali.
“Il Grande Gatsby” di Scott Fitzgerald
Pallosello anzicheno’. Che devo dire…: forse proprio non era aria di stare a seguire le ambasce di un “povero ricco” con il cuore che squacchera d’amor per tale Daisy, una tizia totalmente indistinguibile dal codazzo di annoiatissime e noiosissime povere ricche che svolazzano “come falene” (…o farfalle o altro paragone entomologico, non ricordo bene…) fra lampadari di cristallo e champagne, in opposizione ad una povera (e basta) e più corposa Myrtle, che capisci subito che è quella che rimarrà davvero fregata dal girotondo di amorazzi ed ipocrisie. Certo…: te lo puoi guardare in controluce un romanzo del genere e leggerci l’ “età del jazz” pre-1929, la vacuità della ricchezza senza altro pr/oggetto (wow) che non sia il denaro, la crudeltà del tempo, le follie lucide del caso e qualche altra cosa… Inoltre c’è, a dare una mano, pure il pistolotto finale sul “passato che non ritorna o, se torna, è meglio di no” e la riverenza verso l’ autore “classico”. Ma la scintilla che a volte trasforma tutto ‘sto materiale, letto, straletto e, alla mia veneranda età, oramai vissuto, in romanzo, la scintilla, dicevo, non è scoccata. Ogni volta che Gatsby dice “vecchio mio” (una o più volte in ogni pagina) mi veniva banalmente da mandarlo a fare in culo (excuse me…); Daisy, feste, beveraggi, prati distrattamente cosparsi di cartacce e rasati e ripuliti da invisibile manovalanza, la scrittura in gran parte vitalizzata dai “come…” (non so… a me i “come….”, superato un certo limite, mi sembrano escamotage per chi non ha altre risorse…) mi facevano cercare solo i tendaggi a cui far aggrappare Daisy o altro suo clone, i telefoni bianchi ed i sigari cubani.
Rimane, magari, un qualche pigro pensiero che scivola via come (…come…) un’abitudine…: “…toh guarda… più o meno stessa roba oggidì…”.
Mah… quando ho tempo vedrò il film, anche perché, a dire il vero, mi è sembrato già quasi “pensato” per farne un film.
“Vivere!” di Yu Hua
Giro di 180° e siamo nelle campagne cinesi nei decenni 1940-1970 (circa). Beh… intanto l’incipit devo dire che mi ha catturato: “Quand’ero dieci anni più giovane, ottenni un bel lavoro da scansafatiche, andar per campagne a raccogliere ballate popolari”. C’è una ragione strettamente personale per questa cattura: una delle mie giovanili fantasie sul “cosa farò da grande”, riguardava una vita vagabonda da raccoglitore di storie da rieditare e riproporre, poi, a mo’ di cantastorie, con tanto di sacca in spalla e cartelloni sotto il braccio, senza dare troppa importanza al fatto che sono stato sempre stonatissimo e totalmente privo di qualsiasi capacità musicale. Detto ciò, torniamo al libro. Per cominciare: per opposizione mi è tornato in mente “Il supplizio del legno di sandalo” di Mo Yan, dove ci puoi trovare tutto quello che ti aspetti in un romanzone contemporaneo cinese di 500 e fischia pagine: dalle arti marziali, all’erotismo raffinato, alla gastronomia lambiccata con trionfi di carne di cane, ad un capellino di nazionalismo e/o antioccidentalismo basato sulla “tradizione”, alle torture “cinesi”. Il tutto laccato e rileccato da una scrittura esotica (a me sembrò volutamente tale) a colpi di sottomesse craniate sul pavimento e pennellate diafane per penetrare essenze di peschi in fiore. Ok… un feuilleton che però a me nulla o molto poco disse, nemmeno intorno a cultura cinese o true China compres
Con “Vivere!” sono entrato, all’opposto, in una Cina che non è Cina: mi è sembrato di leggere un qualsiasi racconto della di/sgraziata (ai miei lettori più intellettuali piacciono ‘sti giochetti con la barra…) vita di un poveraccio che si arrabatta con una vita ed i suoi affetti elementari, mentre passano Ciang Kai-shek o Mao, né buoni né cattivi, semplicemente lontani ed incomprensibili. Fugui si chiama il poveraccio cinese, ma sarebbe potuto essere un Pedro, un Jack, un Alì, un Giuva’ o Zuanìn qualsiasi e credo che nessuno se ne sarebbe accorto seguendo la banale fame, la banale malattia, la banale morte, il banale grande amore fra una ragazza muta ed un ragazzo con la testa storta. Yu Hua, banalmente, racconta, proprio come un raccontastorie. La freschezza di “Vivere!” è la freschezza del racconto: non c’è la “morale” né il “realismo”; non c’è nulla (o non sembra esserci… e questa, forse, è l’abilità dei “narratori”…) di preterintenzionale. C’è un pezzetto di un’altra vita che si accosta alla tua e l’ allarga, anche solo di un po’. Per carità: ci sono anche i grandi romanzi “preterintenzionali”, ma, dico, mica tutti li sanno fare, mica è sempre il momento giusto per scriverli. Credo che, in un qualche modo, debbano comunque rimanere i “raccontastorie”, che non abbiano altre pretese che “raccontare storie”, un qualcosa come dei reporter che si limitino a scattare istantanee solo per archiviarle nel tuo sguardo. Sembra più facile che scrivere il “romanzone”. Non credo: le graduatorie comincio a guardarle con sempre più sospetti.
“HHhH” di Laurent Binet
Con la realtà ci ho sempre litigato. Con la rappresentazione della realtà pure. Distinguere è spesso difficilissimo. Così, a caso:
Il primo è un signore rapido ed anziano, ma di quell’anziano asciutto e ben stirato, spalle discese, torace magro, ciuffo di capelli candidi, una freccia acuminata e solida che si pianterà alla fine nel letto di morte in ottima salute, vibrando a lungo ancora. Con il suo accento padano racconta di quando lui ed un altro (che poi si è sparato) andavano insieme a fare “bisboccia”, divertendosi con ragazzine brasiliane di quattordici-quindici anni, ma che questa no, non è prostituzione, non è un reato. E’ un imprenditore di successo, lui. In Brasile.
Il secondo ha la panza, i modi ingolfati dal corpo ingombrante e dal pesante accento da italiano del sud, guarda di sottecchi, incardinato rigidamente sul collo avvitato, da sotto i capelli neri e folti. Mi immagino il catenone d’oro, con il crocefisso e la Madonna di Pompei. Dice con il contagocce che implora di essere premuto: ho fatto lo chef a Palazzo Chigi io, conosco tutti io; poi, beh te lo dico, sono stato nella guardia di finanza io; poi… lo vuoi proprio sapere? sono stato nel SISDE, servizi segreti, io. Ora anche lui è un imprenditore di successo. In Brasile. Amico, socio del primo, del padano secco secco.
Non è un romanzo, ma un pezzo dell’inchiesta di Report su Don Verzè (r.i.p.) e territori limitrofi. Perché scrivere un romanzo, un racconto? Perché spremersi la fantasia per scrivere qualcosa di “inventato”? E’ lì, nella realtà, basta copiare. Se i due intervistati hanno detto solo balle, è significativo lo stesso, persino meglio; c’è da cavarci fuori almeno un paio di romanzi. Che forse sarebbero meno credibili della realtà. Ecco: raccontare la realtà è spesso più difficile che inventarsela. Si corre il rischio di semplificarla o falsarla. Copiarla sembrerebbe più facile e giusto, e Laurent Binet dichiara di voler fare solo questo: “copiare” la realtà. Dalla sua ha due punti di forza: una storia vera, forte; e la certezza su da che parte stare. C’è Reinhard Heydrich e ci sono Gabcik e Kubis. Heydrich, la “belva bionda”, il gerarca nazista bello proprio no, ma, almeno, alto biondo magro e con gli occhi azzurri (caso unico di fisionomia ariana nelle alte sfere del momento); ha abbondantemente lavato via l’onta del sospetto di un qualche quarto di sangue ebraico impegnandosi molto, il ragazzo, fino a diventare il “cervello di Himmler” (Himmlers Hirn heißt Heydrich – il cervello di Himmler si chiama Heydrich). Quando comincia il galoppo della Germania verso est, Heydrich inventa le Einsatzgruppen, addette al rastrellamento e sterminio di ebrei ed altri “nemici” nelle retrovie dell’esercito vittorioso mentre quel che rimane in vita lo affida alle attenzioni di Eichmann, una sua scoperta da talent scout (“La banalità del male” della Harendt… quell’ Eichmann lì). In premio per i tanti servigi gli danno la Boemia e Moravia, per altro conquistate senza sparare un solo colpo…: Hitler ha chiamato il presidente Ceco e gli ha detto semplicemente di levarsi di mezzo. Fine della Cecoslovacchia. La Slovacchia è diventata un protettorato tedesco, “governato” da un cardinale. Boemia e Moravia “protette” da Heydrich che ha fatto armi e bagagli e vive a Praga. Ci sono Gabcik e Kubis, uno ceko e l’altro slovacco, addestrati in Inghilterra, paracadutati dalle parti di Praga. Un bel giorno aspettano che l’auto del “boia di Praga” passi da una certa curva; Gabcik tira fuori lo Sten e si piazza davanti all’ auto. Lo sten si inceppa. Ma poi… La fine è nota: Heydrich morirà. Ma Binet si dispera, vuol sapere tutto: la realtà di questo attentato lui la vorrebbe semplicemente e dichiaratamente copiare, portarla su carta senza inventarsela, non vuole fare un “romanzo storico”. Vuole che un atto eroico non necessiti di “letteratura”. E’ l’ossessione dell’oggettività, si finisce spesso dall’essere invasi dall’oggetto di studio. Binet scrive che, dopo la “conquista” di Praga, i primi soldati tedeschi entrano su di un panzer; no, dice, cosa sto dicendo… era un sidecar…! La Mercedes di Heychman era nera… no, era verde… forse. Dettagli che sfuggono, altri sembrerebbero inessenziali, ma poi Binet li porta su carta, li racconta. C’è chi ha detto che Binet ha fatto un sacco di moine un po’ inutili. A me è sembrato che lui cercasse di raccontare due racconti: il racconto dell’attentato ad Heychman ed il racconto dell’eterna volontà (o velleità) della letteratura di trovare una strada verso la realtà, per scrivere la realtà, per non limitarsi a raccontarla, sfruttando tutto lo stridio di una storia che non lascia alcuno spazio ad ambiguità: Binet si tende verso lo sten inceppato, vorrebbe averlo oliato lui per benino, vorrebbe essere lì con Gabcik e Kubis, sulla curva, poi con loro, nella cripta… Ora la sparo grossa: nei momenti in cui c’è nell’aria una crisi sociale c’è chi cerca di liberare i segni dalla carta o dalla tela, per mescolarli alla realtà, fuoriuscendo dalla rappresentazione, fino al limite della “copiatura” e del rifiuto della letteratura tout court, della sua incapacità di produrre effetti diretti sulla realtà. Mi viene quasi da dire: la letteratura invidia le scienze esatte. Ed ancora una volta ho l’occasione di ripetermi: letteratura e scienza sono, nei fatti, in quel crogiolo che è, forse, l’essenza della nostra specie e che chiamiamo “cultura”, già mescolate. E quando Binet scrive, quasi sconsolato “Affinché qualcosa, qualsiasi cosa, resti nella memoria, bisogna anzitutto trasformarla in letteratura. E’ brutto ma è così.”, mi sembra che imbocchi questa strada. E azzardo a dire che, forse, Wu Ming 2 sarebbe abbastanza d’accordo con me.
“Alla mia sinistra” di Federico Rampini
In ogni caso, che tu sia o meno d’accordo con quel che scrive, leggere Rampini ha il benefico effetto di sottrarre il “lettore qualunque” (quale io sono) dall’ invasione di dibattiti televisivi e non in cui l’Italia sembra il perno attorno cui gira l’universo intero. La cosa può poi avere l’effetto indesiderato di buttare anche un po’ più giù il morale, sia perchè le cose, poi, alla fine, ti possono sembrare ancora più fuori dalla tua portata, sia perchè troppo spesso l’ Italia finisce in fondo a qualche classifica di merito. Orsù, tiriamoci su le maniche e cerchiamo di dire un qualcosa su questo libro. Intanto conia una nuova espressione: la Grande Contrazione. E’ quella che stiamo vivendo, che altri chiamano semplicemente “crisi”. Mi sembra un’espressione azzeccata, anche più di “depressione” o “stagnazione” proprio perchè funziona meglio come opposizione a quell’era di “allargamento” continuo che la nostra generazione ha sperimentato, allargamento di consumi, ma credo che Rampini ne afferri alcuni angoli nascosti, magari di natura “sociologica” più che economica, ma, ovvìa, importanti anche quelli. La Grande Contrazione si presenta come esito finale (né manca chi vorrebbe “allargare” ancora…) di quel magma che qualcuno ha chiamato la Me Generation, la Generazione dell’Io, quel senso di onnipotenza ed intangibilità della singola persona, che, è vero, mi sembra abbia accompagnato la storia di (almeno) tutto il XX secolo, ma che è diventato un articolo vendutissimo in quel supermercato delle idee globale, con coloriture di “destra” o di “sinistra”. Verrebbe quasi voglia di tracciare una linea dritta dalle varie forme di “liberazione” degli anni ’60 e ’70, passando per il diritto al quarto d’ora di notorietà di Wharol, per il “se vuoi puoi” di ogni reality televisivo, alla riscoperta di radici ed identità, fino alle intolleranze più rancide: Io ho i miei diritti e per limitarli bisognerà discuterne a fondo, Io provo quindi devo esprimere, Io ho una Casa dove non voglio estranei, Io sono la misura del mondo. Certo…: forse approfitto dell’assenza di Rampini ed un po’ provoco… ma mi capita spesso di rifletterci. Forme di “superuomismo” potrebbero nascondersi dietro molte e distantissime posizioni, dall’anelito di mistica e psichedelica libertà degli hippies al fòra da ‘i ball negher. Beh, pare che la festa potrebbe finire, con una economia irrimediabilmente globale ed impazzita che spegne le luci ed i famosi “limiti dello sviluppo” che inchiavardano le porte. Fine dell’ era dell’ onnipotenza. E la sinistra in cui Rampini si riconosce, che può fare? Dovrebbe, intanto, rimettere in piedi la democrazia, che è, nella sua visione, sopratutto una ricomposizione di una vita collettiva, che non affidi semplicemente allo Stato la realizzazione della “società”, ma che diventi e sia pervasiva coscienza del valore e della responsabilità del vivere insieme. Rampini si spinge fino al parlare di riscoperta della fiducia… e questo si è addentellato con un mio rozzissimo pensiero che mi è venuto in capa in questi tormentatissimi tempi: quali che siano gli esiti o le soluzioni di questa crisi o contrazione che dir si voglia, temo che in Italia sarà più rognosa la cosa, proprio perchè ho l’impressione che c’è una difficoltà (come dire…) storica al vivere collettivo. Mi ritrovo a pensare che l’Italia (ed anche in questo Rampini mi alimenta…) ha tradotto linee di tendenza “globali” in una edizione volgarotta anzichèno, diventando un paese stracolmo di cellulari (siamo ai vertici mondiali) senza progettarne manco uno, con consumi da padroni del mondo (avete mai notato l’aria che hanno molti turisti italiani appena mettono un piede anche solo in una regione italiana diversa?) perchè si imitano (male) i veri padroni del mondo. Forse è un problema mio, che vi devo dì, ma mi è scappato una volta di definire l’atmosfera italiana come “semplificazione consumista”, dove l’ individualismo italiano “storico” ha trovato nuova linfa nell’individualismo “globale”, scopiacchiando e finendo troppo spesso per fare delle cattive caricature. E con questa spruzzata di ottimismo vado a svuotare la lavastoviglie.
giam
foto di Daniele P-